"Abbiamo perso le anguille, ora stiamo perdendo il coregone... ciò vuol dire perdere tutti i pescatori professionisti attivi sul lago di Garda".

Cresce la preoccupazione tra i pescatori benacensi dopo il divieto da parte del Ministero della Transizione ecologica di seminare il coregone, come spiegato in occasione della conferenza stampa convocata dalla Fai Cisl di Brescia, a sostegno di quella che da sempre non rappresenta solo una professione, ma un vero e proprio patrimonio storico-culturale del territorio.

Così come un patrimonio è anche lo stesso coregone, divenuto ormai il piatto tipico del Garda, visto come sia ormai la specialità più richiesta sia dai ristoranti, sia dagli stessi turisti alla ricerca di prodotti unici e iconici del territorio, tant'è che oggi rappresenta il 60-70% del pescato per i professionisti, il cui futuro viene così messo a serio rischio.

Da qui l'annuncio di un'eventuale mobilitazione generale che coinvolga l'intero bacino, con forti proteste che potrebbero arrivare anche al blocco dei porti.

Proteste che nascono in particolare per le motivazioni portate a sostegno di questa decisione: "Siamo contenti che il divieto abbia risparmiato i laghi di Como e Iseo, in quanto dimostra come il problema non è tanto se il coregone sia o no autoctono, visto come non lo è in nessuno dei laghi, quanto piuttosto perché andrebbe in contrasto con la sopravvivenza del carpione e della sardina - spiega Oliviero Sora della Fai Cisl provinciale -. Cosa che noi stiamo cercando di dimostrare non essere vera".

"Quello che fa più specie - insiste poi Marco Cavallaro, storico pescatore desenzanese - è che così si rinnegano due generazioni di ittiologi che hanno deciso all'inizio del '900 di portare in Italia un animale che non era in competizione con le altre specie. Così facendo si ostacola di fatto la pesca sostenibile, e in Italia non è accettabile".

Attualmente sono circa 100 i pescatori attivi sul Garda, e già da tempo accusano ripercussioni per la diminuzione di esemplari di coregone a causa dello stop relativo alla riproduzione artificiale. "Oggi peschiamo intorno ai 10 chili di coregoni, i nostri nonni arrivavano a 15-20 chili" racconta Ettore Ferretti del Gruppo Pescatori del Benaco, mentre grazie all'immissione di esemplari tramute l'incubatoio si potrebbero raggiungere anche i 100 chili.

"Con il nostro lavoro riforniamo migliaia di ristoranti del territorio - sottolinea Simone Bocchio, pescatore di Manerba -. I turisti vengono qua per l'olio, il vino e il coregone, che rappresenta il vero piatto tipico che possiamo offrire. È il nostro marchio, e non possiamo rimanere senza"

Da qui dunque la richiesta in primis di una deroga immediata per la semina in quanto "non c'è più tempo!", oltre a nuovi studi che possano chiarire come la presenza del coregone non rappresenterebbe un rischio per gli equilibri dell'ecosistema ittico gardesano. Ma dal Ministero, per ora, nessuna risposta.